Beatrice Alemagna giovane illustratrice italiana, pubblica da oltre 10 anni i suoi lavori in Francia, dove ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui nel 1996 Figures Futur di Montreuil. Premio Andersen in Italia, e menzione speciale al Bologna Book Award 2006, pubblica nel 2008 Che cos'è un bambino? con Topipittori, inoltre è presente sul quotidiano l'Unità con Piccoletta, personaggio dai capelli bizzarri e dagli occhi sgranati che rivolge il suo sguardo infantile sul mondo. Beatrice Alemagna vive a Parigi in un appartamento che si apre come un libro illustrato, dove i muri danno spazio ad una foresta animata di uccelli, gli angoli risuonano di vecchi carillon e la linearità dei mobili viene spezzata dalla sovrapposizione di antiche scatole di biscotti, e dove nel bel mezzo del tavolo di lavoro, Piccoletta si diverte a saltellare tra i tanti fogli sparsi.
Intervista di Livia De Leoni
Nel tuo nuovo libro, Jo singe garçon edito da Autrement Jeunesse, affronti il tema della diversità su diversi piani. Jo si comporta come una scimmia, ciò lo fa sentire diverso dai suoi compagni, dai genitori e inadatto all'ambiente che lo circonda. Sembra quasi un diario intimo preadolescenziale?
Il tema della diversità ricorre in tutti i miei libri: mi piace esplorarlo e tento di farlo in modi sempre diversi. In Jo singe garçon, tratto il problema dell'identità tra due mondi diversi, dell'equilibrio instabile tra l'animale e l'essere umano, che qui ho simboleggiato fin dalla prima immagine con Jo che cammina sull'orlo di un muretto. Jo si sente un animale, una scimmia: questo lo fa sentire escluso rispetto alla sua stessa famiglia, agli amici, al mondo in generale. Ho portato questo concetto avanti fino all' estremo, quando il bambino va allo zoo con l'idea di vivere assieme alle scimmie, e solo una volta che ha sperimentato la banalità della sua diversità, capisce quanto la sua esperienza lo accomuni ad altri ragazzi. Il libro racchiude una certa durezza ma non mancano i momenti più leggeri, ironici. Trovo che anche il testo sia in equilibrio, così come le immagini.
Per concludere, la sensazione di non appartenenza al mondo umano è un'emozione che mi riporta alla mia infanzia, a quando pensavo di essere un extra- terrestre.
Forse, chissà, prima o poi, spunterà qualche marziano nei miei libri.

Jo singe garçon è un'opera di rottura con le creazioni passate?
Sì, ed ora sono nella fase fragile del dopo lavoro, nella quale si aspetta di sapere comeil libro viene accolto. In Jo singe garçon ho cercato di trovare un realismo decostruito, dove le posizioni sono posizioni reali, descrittive ma anche distorte. Poi ho lavorato inserendo un nuovo elemento: il movimento. Prima di adesso avevo creato sempre immagini statiche, contemplative. Qui inoltre racconto il cambiamento, cioè il passaggio tra la diversità e l'accettazione di essa, attraverso molti silenzi, cose non dette, con immagini che spariscono, con colori che s'interrompono e con l'uso del bozzetto in cui il segno si spezza quasi a voler manifestare un'impossibilità di raccontare. Nei miei lavori precedenti era tutto detto, tutto visto, le immagini erano interamente finalizzate. Qui ho voluto mostrare il vuoto come un qualcosa che può raccontare, anche attraverso l'uso del bianco che lo simboleggia. La storia l'ho scritta due anni fa, poi ho ottenuto una borsa dal Centre National des Lettres, che mi ha sostenuto nella mia lunga ricerca di immagini, durata ben dieci mesi. Ho elaborato tantissimi schizzi prima di concludere il lavoro. La fine della storia è stata riscritta almeno una ventina di volte. Tecnicamente ho usato la matita, un po' di collage e soprattutto i pennarelli, come quando ero bambina. Mi piacevano i pennarelli perché non si poteva sbagliare. Una sceltache effettivamente si è rivelata tecnicamente dura, e din più è stata accresciuta dal fatto che ho usato una carta giapponese molto fragile, dove risultava impossibile cancellare alcun segno. Tutti i disegni sono stati fatti all'impronta, ogni segno è il primo segno fatto sulla carta.
La tua linea poetica?
Tengo in vita la bambina che è in me, che è una persona esigente, in quanto grande sognatrice. E’ una coabitazione a volte dolorosa ma anche bellissima: quando ad esempio, lei ti porta in braccio e ti fa fare cose che da sola non faresti mai. Racconto cercando di togliere tutti i preconcetti degli adulti ma senza nessuna presunzione, senza giudizi e senza mostrare una via da scegliere. Mi piace l'idea di scrivere in maniera sintetica, essenziale, spicciola. Mi piace che la parola prenda vita con l'immagine e non basti a sé stessa.

Quando hai capito che volevi diventare un'illustratrice?
Sono cresciuta con il sogno di diventare una scrittrice ed un’illustratrice. Ho avuto la fortuna sin da piccola di essere circondata da libri illustrati. Ero appassionata di libri di Gianni Rodari, quelli illustrati da Lele Luzzati, di quelli di Bruno Munari, di Leo Lionni e dell’illustrazione dell’est, che osservavo con grande attenzione.
Oggi il rapporto tra gli illustratori e i lettori è cambiato, il pubblico sembra sempre più incuriosito e vuole conoscere chi si nasconde dietro un'illustrazione.
C'è un'attenzione diversa per la persona che sta dietro al libro, credo, perché è nata una forma diversa di espressione artistica, insomma un modo nuovo di raccontare. Il pubblico si è accorto che dietro i libri illustrati c'è un universo da scoprire. Questo perché di fatto il mondo dei libri con le immagini non si rivolge solo all'infanzia ma anche agli adulti. Personalmente non mi considero una che fa libri per bambini ma che fa libri illustrati. Quando mi chiedono a quale fascia di età mi rivolgo, dico sempre che i miei libri vanno dai 4 anni fino ad un tempo indeterminato. Un adulto può benissimo leggere un qualsiasi bel libro illustrato e provare delle emozioni forti. Un buon libro per bambini è senza dubbio un buon libro anche per i grandi. Attraverso il mio sito accolgo considerazioni di genitori che mi dicono che, leggendo i miei libri, sono toccati da emozioni che avevano perso nel tempo.
Oggi l'editoria per ragazzi punta spesso su immagini violente. In questo senso ti si può definire un'artista controcorrente?
Mi piace l'idea di essere controcorrente semplicemente perché non mi piace seguire le mode, ma non per questo è un atteggiamento che cerco. Nei miei libri non vado nel pathos, non estremizzo i sentimenti, preferisco raccontare in modo neutro. Faccio in modo che la storia arrivi su diversi piani di lettura, nei quali sia il bambino che l'adulto possano trovare emozioni diverse.
Attualmente sei presente in Europa con due mostre in Metafore d'infanzia, dal 12 gennaio al 14 febbraio presso il Vittoriano a Roma, e a Bruxelles con un omaggio a Jacques Tati, dal 28 gennaio al 31 marzo presso la Seed Factory. Ce ne parli?
Per Metafore d'infanzia, mi hanno chiesto dei disegni tratti da Gisèle de verre, la bambina di vetro ispirata al Giacomo di cristallo di Gianni Rodari. In questa mostra viene sviluppato il discorso sulle diverse metafore della crescita, dell'adolescenza, nel mio caso si tratta di diversità, ancora una volta, ma anche di trasparenza, fragilità, del bisogno di verità tipico del bambino in crescita. Tutt'altra dinamica ha la mostra a Bruxelles per la quale il direttore ha scelto cento artisti, tra belgi e francesi, a cui ha chiesto di realizzare un'immagine ispirata all'universo di Jacques Tati.
Progetti?
Ho appena finito di scrivere una storia che uscirà con la casa editrice giapponese SkyFish Graphix e tra breve ne inizierò le illustrazioni. Con mio grande stupore sono stata chiamata a creare una collana per bambini qui in Francia, ma ancora le cose devono concretizzarsi e preferisco avere la conferma che questa cosa si farà davvero prima di parlarne troppo. Poi farò parte della giuria di un festival di cortometraggi che si svolgerà in Catalogna i primi di marzo. Inoltre, il 28 marzo sarò presente con Jo singe garçon al prossimo salone del libro di Parigi e precedentemente alla prossima fiera del libro per ragazzi di Bologna.
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