Guia Risari Stampa E-mail
mercoledì 12 marzo 2008


Guia Risari è nata a Milano, ha studiato filosofia e praticato diverse professioni, tra cui educatrice, giornalista, insegnante d’italiano all’estero, organizzatrice di eventi culturali. La sua attività principale è quella di scrittrice, traduttrice letteraria e consulente editoriale. L’abbiamo incontrata attraverso i suoi libri e per posta elettronica, in attesa di vedere se esiste veramente o è solo un personaggio letterario*

 

 

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Come nasce la tua passione per la letteratura per l’infanzia? Se è una passione…


Sì, si può proprio parlare di passione ché davanti a certi libri non mi riesce di rimanere calma e m’infiammo.

La letteratura per l’infanzia è stato un incontro precoce e fortunato. Da piccola mi leggevano tantissime fiabe, le ascoltavo soprattutto da mia nonna, mia zia e mia mamma. Apparentemente non ne ero mai sazia e questo deve aver convinto la mia famiglia, ormai sfinita e senza più fiato, a farsi aiutare da dischi e cassette… Era un continuo. Certe favole le avevo imparate a memoria e solo ad aprire una pagina e a guardare l’illustrazione, partivo a raccontare.

Poi dalle fiabe sono passata ai libri di testo e, con molta più soddisfazione, alla letteratura che è diventata anch’essa una passione. Al liceo, mi portavo i romanzi in classe – Böll, Dostoesvkji, Kafka, Musil, Woolf – e li leggevo…sottobanco. Adesso posso confessarlo perché sono passati tanti anni e non mi possono più bocciare!

Nel 2002, mi sono imbattuta nelle favole di Lionni e il mostro divoratore di storie per bambini si è risvegliato con una fame incontenibile. In quel periodo ho letto decine e decine di favole di tutto il mondo: albi, fiabe contemporanee, storie folcloristiche, saggi sulla fiaba. In ogni paese che visitavo facevo un’incursione nelle librerie per ragazzi e ne uscivo con un bottino che portavo a casa sogghignando. Una volta, a Madrid, sono rimasta chiusa in casa due giorni per leggere una raccolta di favole spagnole. E mi sono trasformata in una collezionista perché i libri per l’infanzia sono davvero opere d’arte totale, nel senso che parlano a tutti i sensi.

Peccato che non li abbiano fatti commestibili, questi libri. Ma chissà, in futuro qualche editore lungimirante potrebbe pensarci.


Quando hai cominciato a scrivere per l’infanzia?


Tutto è cominciato intorno al 2002, il periodo del Grande Risveglio. Guardavo gli albi di Lionni e mi veniva una storia, leggevo un capitolo di Grammatica della fantasia ed ecco che dovevo correre al mio quadernetto. Un vero e proprio attacco di favolite.

Le storie sono arrivate, imponendosi a tutto il resto, anche a priorità pratiche – traslochi, cambi di attività, migrazioni – e alle mie personali resistenze. Perché io inizialmente non volevo. Avevo scritto della saggistica su temi molto seri – la Shoà e l’antisemitismo – tradotto dei libri sul genocidio in Rwanda e scrivevo racconti dai toni bui, senza speranza.

Chi lo sa? Forse avevo accumulato troppa sofferenza e avevo bisogno di una rinascita. Scrivere per l’infanzia è stato questo per me: ritrovare il sorriso, divertirmi e respirare dopo tanto impegno. Non che questa scrittura non sia un impegno e non possa essere anche impegnata, ma non mi fa soffrire

 


 

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E da allora?


Da allora, ho imparato a vincere le mie resistenze, a scrivere per l’infanzia senza sensi di colpa e con la stessa professionalità impiegata per la saggistica, la narrativa, la poesia.

Non è né la lunghezza di un testo né il genere che determina la qualità di uno scritto, ma la tensione narrativa, l’attenzione, la complessità diluita in immagini universali, l’umorismo e la visione personale del mondo. Tutto questo e molto altro. I sogni, le esperienze, le letture, le lezioni della vita sono maestri nell’affinare una penna.


Per l’infanzia cosa hai pubblicato? E che progetti hai?


Prima di pubblicare, ho inviato i miei testi a qualche premio per vedere che effetto facevano alle giurie. In quegli anni vivevo in Francia e conoscevo un solo italiano…insomma non avevo lettori!

Quando ho avuto più fiducia nei miei mezzi, ho cominciato a inviare le mie proposte agli editori. All’ufficio postale faccio un rituale speciale per attirare la fortuna. Funziona abbastanza bene, anche se la gente mi guarda un po’ stranita.

Dal 2002 ho pubblicato Nino Mangialegno, nell’antologia Parole di legno (ill. di Altan, Campanotto, 2002), poi Pane e oro (ill. di C. Mariniello, Panini, 2004), La macchina di Celestino (ill. di C. Mariniello, Lapis, 2006) e Aquiles el puntito (ill. di M. Taeger, Kaladraka, 2006) che è stato tradotto in varie lingue. L’anno scorso due testi surrealisti, ispirati a Munari e Scialoja: L’alfabeto dimezzato (ill. di C. Carrer, Beisler, 2007) e Il pesce spada e il buco della serratura (ill. di Altan, Beisler, 2007).

In aprile di quest’anno, usciranno Il cavaliere che pestò la coda al drago (ill. di I. Urbinati, EDT-Giralangolo, 2008) e – finalmente – Achille il puntino (ill. di M. Taeger, Kalandraka-Italia, 2008).

Di progetti imminenti ce ne sono due, ancora segreti per scaramanzia, ma entrambi bellissimi.

E poi, avrei voglia di scrivere una commedia teatrale e d’impegnarmi su un progetto narrativo più ampio.


 

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Vedo che citi sempre gli illustratori; che importanza attribuisci loro e quali sono quelli che ti piacciono di più?


Gli illustratori sono degli artisti ingiustamente sottovalutati oppure incensati per una stagione e poi dimenticati. Tutto questo perché sull’illustrazione in quanto “arte applicata” esiste in Italia un grosso pregiudizio legato a una concezione conservatrice dell’arte. Gli illustratori vivono una vita molto faticosa in questo clima, d’incertezza, tra oblio e venerazione. Eppure sono artisti importantissimi: trasformano un libro in una sensazione, un’esperienza, gli danno quella dimensione sensoriale di cui parlavo prima e che trasforma il libro illustrato in un oggetto animato.

Gli illustratori che più amo sono tanti e fare una lista è ingiusto verso quelli che non conosco o quelli che non ho magari capito. Fatta questa premessa, confesso il mio amore incondizionato per Delessert, Lionni, Ungerer, Grabof, Krahn, Montserrat, Cneut, Tan. Tra gli italiani, mi piacciono molto Altan, Mattotti, Innocenti, Sanna, Fatus, Facchini, Alemagna, Valentis, Mulazzani, Fanelli…

Poi mi piace scoprire grandi talenti del passato e, in questo, devo ringraziare il formidabile lavoro di Santo Alligo che, con i suoi tre volumi di Pittori di carta (Little Nemo, 2007), mi ha regalato immagini di Grandville, Parrish, Nicoùline e tanti altri artisti.


 

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E in letteratura quali sono i tuoi autori di riferimento?


In generale, tutti quelli che, mentre leggo, mi fanno ridere, piangere, sospirare, vivere insomma in un mondo altrettanto intenso di quello reale. Non mi piace distinguere letteratura per l’infanzia da letteratura per adulti. Una bella storia, interessante, poetica, divertente e ben scritta rimane tale, indipendentemente dal pubblico cui si rivolge. Mi piacciono autori non melensi, che sappiano rivolgersi ai bambini e agli adulti e senza fare la morale a nessuno, se mai dipingendo una grande utopia (ma questa è un’altra storia). Autori innovativi che hanno scritto libri intramontabili perché così ricchi e sfaccettati da non esaurire mai i potenziali lettori. Anche alcuni pensatori sono innanzitutto dei letterati e, in fondo, scrivono storie. Per cui, mescolandoli tutti insieme ottengo: Mansfield, Ortese, Arpino, Soucy, Montaigne, Weil, Nietsczhe, Flaubert, Rawicz, Hoffmann, Lear, Caroll, Dahl, Munari, Cole, Barrett, Neruda, Arguedas, O’Connor, Couto, Ajar, Guillén, Roy, Twain.

 

 

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Cosa ne pensi dell’editoria per l’infanzia in Italia?


Che è in crisi perché la gente non legge più e smettono di leggere anche i bambini. I libri per l’infanzia rischiano di diventare, da magnifico strumento di stimolo e trasmissione, un gadget da regalare nelle occasioni convenute. Il che converte il libro in un qualsiasi prodotto di consumo. Così si trasformano i lettori e i potenziali lettori in consumatori passivi, che vanno a cercare in libreria la stessa serie, lo stesso formato, le stesse immagini, le stesse storie, insomma. E invece – lo affermano tutti gli studiosi di pedagogia e di fiabe – è la varietà che fa la ricchezza dell’immaginario infantile e che migliora le capacità cognitive e affettive.

Un bambino abituato alle storie di un coniglietto soltanto disimparerà a lungo andare a capire quel che capita a un cavallo, una biscia, un passero e a sentire qualcosa di nuovo per loro. La funzione rassicurante delle serie non deve uccidere lo stimolo.

Le diverse storie corrispondono alla varietà delle possibili situazioni e soprattutto a quella del sentire. Per questo – nonostante i pronostici pessimisti che da tempo predicano la fine della letteratura – c’è ancora tanto da scrivere e da leggere: nessuno ha ancora raggiunto l’infinito. E non c’è delitto più grande che uccidere l’infinito…


 

*Guia Risari esiste!